PERLA CRITICA — a Pisa il 15 Novembre

siete tutte/i invitati sabato 15 novembre ore 16.30 libreria Ubik

presentazione15nov

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Lettera aperta agli abbonati della Contraddizione

Cari lettori,

è la prima volta che cerchiamo un contatto con voi. Ovviamente non ci sono precedenti. Quindi, è la redazione che inizia rivolgendosi a voi. Vogliamo stabilire un colloquio costante con tutti i compagni, lettori e collaboratori possibili.

Ci rivolgiamo a quanti vogliano criticare le spiegazioni giustificative del mondo date dall’ideologia dominante. A voi ci rivolgiamo dal punto di vista delle classi dominate, perché siamo di parte. Gli argomenti che cerchiamo di dominare e gli strumenti che cerchiamo di elaborare vogliono poter servire a migliorare le conoscenze e i termini del dibattito. Desidereremmo che ciò desse indicazioni di lotta e di critica rivolte verso la trasformazione della società, giacché vorremmo agire. Ma qui ci è data ancora solo la possibilità di pensare.

È da questi intendimenti che, per ora, noi iniziamo a muoverci”.

Così La redazione – Firenze, Milano, Roma, 1° maggio 1986 – cominciava una lettera aperta (scritta tutta in carattere, non a caso, rosso) indirizzata ai nostri lettori nell’ormai lontano 1986, numer0.2 della rivista mensile la Contraddizione, che dopo poco meno di 30 anni di “onorato marxismo” volge alla conclusione nella forma che tutti noi abbiamo, negli anni, imparato a conoscere da lettori o pure da redattori e collaboratori in maniera più o meno sistematica. Nonostante errori di analisi economica e politica, nonché problemi di organizzazione redazionale, che inevitabilmente nel corso di tre decenni abbiamo dovuto affrontare, ciò che prioritariamente ci preme rimarcare è che di certo non ci si potrà obiettare di non aver tenuto fede ai propositi che in quella lettera del febbraio 1986 avevamo indicato, senza opportunismi – come molti altri compagni di strada hanno purtroppo fatto, anche dopo il collasso dell’esperienza dell’Urss – rincorrendo mode durate qualche stagione o meno aspri percorsi, anche fuori e dentro a partiti che, in pochi anni, si sono dissolti come neve al sole.

Avevamo infatti posto “criteri minimi di analisi e di metodo”. Criteri che, se non altro implicitamente, non sono mai stati disattesi da parte nostra. Tanto meno abbiamo mai accettato di dibattere con quelle posizioni che esplicitamente espungono, ora uno ora l’altro, quei “lineamenti marxisti” che noi ritenemmo e riteniamo sempre fondamentali, limitandoci a quelli che pensiamo siano tre nodi principali che legano la teoria, l’analisi e la critica marxista:

Primo. Per noi la base dell’analisi generale di tutto ciò che è espressione della forma storica del capitale risiede nella teoria del valore e del plusvalore. Questa affermazione va precisata in un duplice senso. Quella teoria ha in Marx una portata affatto generale per la comprensione del modo di produzione, capitalistico in particolare. Non si limita a un mero strumento di calcolo economico. Proprio in quanto tale, segue le trasformazioni del sistema capitalistico. Esse divengono particolarmente significative con lo sviluppo della centralizzazione finanziaria e dei sistemi automatici di macchine. La stessa teoria del valore e del plusvalore ne segue le corrispondenti metamorfosi.

Secondo. Da quanto appena detto deriva che le diverse determinazioni economiche, e le forme sociali corrispondenti, possono essere comprese solo con un profondo senso della storia. La continuità di alcune di tali forme e determinazioni è contraddittoriamente attraversata dai grandi salti di discontinuità epocale. Questo è elemento caratterizzante la specificità analitica del materialismo storico. La connessione tra le basi materiali dei diversi modi di produzione è il presupposto stesso per seguirne il processo di transizione.

Terzo. Dalle trasformazioni della base economica e delle forme storico-so­ciali emerge incessantemente un’opposizione dialettica tra base materiale e for­ma sociale. È l’antitesi dell’unità sociale stessa costituita da due poli opposti. Poli che, come poli, non possono mai essere ridotti l’uno a mera forma di esistenza dell’altro. Essi sono distinti riferiti a un’unica e medesima realtà, come diversità in un’unica relazione. Per usare le parole stesse di Marx, essi esistono l’uno indipendentemente dall’altro. Le loro condizioni non sono identiche e differiscono nella sostanza. Il processo pratico del loro movimento complessivo pone fine all’apparenza della loro indifferenza reciproca, tanto simultaneamente nello spazio quanto successivamente nel tempo. Da tale reciproca azione contraddittoria sorge la loro dipendenza mediata. In questa mediazione, come sviluppo di termini medi, risiede in sostanza il momento centrale della dialettica materialistica marxista – e della sua peculiare teoria della contraddizione”.

Quest’ultima considerazione racchiude il senso sintetico della nostra proposta di marxismo: l’analisi della contraddizione. Una analisi e una contraddizione che pervadono la nostra proposta per molti versi. Scrivemmo che “il nostro punto di vista è fondato sull’analisi critica e sullo sviluppo pratico della contraddizione immanente che segna il capitale”. Il capitale, come modo di produzione e modo di vita, è la contraddizione reale stessa, è “la contraddizione in processo”. È contraddizione tra le classi. Ma è anche contraddizione entro la classe borghese dominante. Tuttavia, per noi, contraddizione ha voluto sempre dire anche elemento, strumento, metodo di analisi. “Essa segna costantemente la ricerca del divenire dialettico dei processi storici, delle mediazioni di questi, delle loro metamorfosi: contraddizione è anche il semplice dire contro, il contro/informare le masse” su fatti, tendenze e accadimenti. Ancora oggi vi sono molti fatti, quotidiani e ricorrenti, in un certo senso già di dominio pubblico, grazie al sovraccarico sistema dei mezzi di informazione di massa. Senonché proprio questa sovraproduzione di una preponderante massa di notizie insignificanti soffoca e svuota l’informazione di ogni connotazione utile per la nostra parte e la nostra classe. “Contra/dizione è anche impugnare la negazione per dire quel che si può contro l’informazione dominante. Certamente, la lotta è impari. La forza dell’informa­zione di massa e dell’ideologia dominante è enorme. La nostra capacità di raggiungere tutti gli interlocutori e i lettori che vorremmo è limitatissima. La tiratura è di un’esiguità disarmante. Nondimeno, proveremo a fare le cose come se le dovessimo fare “alla grande”. Proviamo a pensare che i lettori cui intendiamo rivolgerci siano molti di più di quelli che effettivamente saranno. Anche questa, in fondo, è una contraddizione”.

La “crisi del marxismo” [criticò Antonio Labriola], è stata riproposta ossessivamente negli ultimi anni anche in séguito a una situazione economica che è ben lungi dal dare segnali di sensibile ripresa, è certamente uno degli elementi che maggiormente ha condizionato la scelta di concludere l’esperienza della rivista: se già nel 1986 denunciavamo la scarsità degli elementi redazionali, progressivamente abbiamo assistito a una mancanza di ricambio generazionale che inevitabilmente ha ridotto ulteriormente il numero dei redattori e dei collaboratori, compromettendone, come logica conseguenza, anche la creatività – fattore fisiologicamente contrattosi anche per questioni anagrafiche e di resistenza. Oltre a ciò, lo sviluppo tecnologico, e in particolare la nascita del web 2.0 – che ha catalizzato molta attenzione sulla confusa contro\informazione che passa sui social network e sui blog – ha ridimensionato l’accessibilità a una rivista periodica come la nostra, soprattutto per quelle generazioni che hanno maggiore dimestichezza con gli strumenti informatici. Complice anche la crisi del­l’editoria, e il fatto che, per politiche interne, la gran­de distribuzione libraria – come già avemmo modo di denunciare anni fa – ha preferito sottrarre completamente visibilità a riviste con prezzi accessibili al pubblico, e dunque non sufficientemente remunerative, già da molto tempo ci ha stimolato ad aprirci a nuove soluzioni tecnologiche (sito web, blog, pubblicazione in formato elettronico) cosa che, sebbene abbia avuto un buon avvio, mantenendo pressoché invariato il numero di abbonamenti anche per l’anno solare corrente, di per sé comunque non è stata in grado di permetterci di intercettare quelle forze vitali che si aggirano in Italia – in maniera poco cosciente e ancor meno sistematica – e che avrebbero potuto essere utili per fornire nuova linfa all’attività redazionale.

Ringraziando prioritariamente i nostri lettori che – nonostante tutte le potentissime forze che quotidianamente allontanano la classe subordinata dal marxismo – hanno continuato a seguirci, a sostenerci e soprattutto a stimolarci, come pure tutti i collaboratori che hanno permesso a tutti noi un arricchimento culturale con i loro interventi, questo numero, sarà seguito dall’ultimo dell’anno corrente a cui verrà aggiunto un ultimo volume [no.150] che sarà predisposto nei primi mesi del 2015 e verrà inviato gratuitamente agli abbonati 2014: pertanto, vi chiediamo di non procedere a ulteriori sottoscrizioni per l’anno prossimo.

Tuttavia l’impegno continua: la nostra storia non finisce qui! Infatti, se l’esperienza della rivista cartacea, come sino a ora è stata conosciuta, finirà con l’uscita del numero 150, proprio dal nuovo anno solare pensiamo di articolare il nostro concetto politico culturale di marxismo in forme differenti.

Per quanto concerne le rubriche, se i materiali prodotti sin ora nel quiproquo potranno essere raccolti insieme e pubblicati in forma libraria (presumibilmente entro la prima metà del 2015) [cosa del resto già fatta negli anni passati con la raccolta antologica dei vari “segnalibro” – I segni della contraddizione, la Città del Sole, Napoli, 2008], ciò che normalmente viene proposto nel no o in forme diverse [schede, documenti, abc, ecc.] verrà riportato sul nostro blog, garantendo così una contro\informa­zione, ragionata, che non paghi lo scotto della cadenza trimestrale, potendo invece essere aggiornata in tempo reale.

Viceversa i contenuti di norma espressi all’interno degli articoli, contiamo di pubblicarli periodicamente, già dal 2015 grazie alla collaborazione con l’editore Sergio Manes della Città del Sole di Napoli, libri che raccoglieranno nuovi contributi, e anche aggiornamenti di quelli già pubblicati su codesti testi o sulla rivista, concentrati via via su tematiche specifiche e che certamente non si allontaneranno dal rigore scientifico dell’analisi dialettica del marxismo. Inaugureremo pertanto già dai primi mesi del 2015 la Collana Contraddizione, per le edizioni la Città del Sole sui cui dettagli sarete maggiormente informati nei tre numeri residui della rivista cartacea.

Chiaramente, essendo i futuri volumi – sia in forma elettronica che cartacea – prodotti senza una cadenza prestabilita, diviene di cruciale importanza controllare regolarmente sia il blog che il sito sulla cartella in rete della rivista, non­ché su quella della casa editrice, dove indicheremo tempestivamente gli avvisi di nuove pubblicazioni. Inoltre, per chi fosse interessato a essere avvertito personalmente delle nuove stampe, richiediamo, per l’ennesima volta, di inviare entro la fine dell’anno una email con oggetto “contatto 2015” all’indirizzo di posta elettronica <contraddizione.epub@gmail.com> in modo da creare una mailing list che verrà gestita da noi esclusivamente con questa finalità.

Infine, auspicando che il patrimonio collettivo di marxismo – fatto da noi redattori e da voi lettori – non si disperda a causa di questa trasformazione divenuta necessaria, vi auguriamo una consueta buona lettura degli ultimi tre numeri e di quanto nei prossimi anni ci auguriamo di produrre.

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Renzi chi? #1 – Il buffone invisibile

Renzacci Di Rignano disse che se il 27 maggio scorso non fossero arrivati i mitici 80 € a 10 milioni di italiani, lui sarebbe stato un “buffone”. Ebbene, a qualcuno sono arrivati. Solo che – a parte i destinatari che mancano e mancheranno anche l’anno prossimo e i successivi, per i quali continuano a fioccare solo promesse da marinaio d’acqua dolce qual è l’Arno – anche per il 2014 quell’elemosina è stata risibile, e da fondi sottratti ad altre destinazioni. Sempre più persone se ne stanno accorgendo, dato che in un paio di mesi i consumi sono aumentati niente meno che dello 0,1%; sì che da varie fonti (confconsumatori, istat, ecc.) è stato affermato che l’effetto di quel­l’aumento [detto bonus, ma in campo assicurativo sarebbe considerato piuttosto un malus] è invisibile. Senonché il bischero fiorentino, colto in fallo, ha affermato che <11 milioni di italiani [un milione di più del previsto, … più lui con loro] hanno visto un’altra cosa: nessun problema, niente, noi andiamo avanti ugualmente, imperterriti>; “anzi, acceleriamo” ha detto; ignorando ogni fondata critica, aggiungiamo noi. Infatti ha asserito con protervia che <è come questa estate, in ritardo ― ma prima o poi arriveranno l’una e l’altro, magari meno belli di quanto si aspettassero, ma arriveranno!>. E giù con le frottole-a-gogò, segno che anche i suoi scrittori-fantasma non sanno più che pesci pigliare in Arno: si è fatto troppo tardi. Ma #renzaccistaisereno: anche i gufi, quelli avveduti – non i falsi gufi-pro­fessori(cretini)-iettatori(uccelli-del- malaugurio) ecc. secondo i suoi sciocchi luoghi comuni – sono già in volo, crescono in numero e coscienza e, loro sì, prima o poi arriveranno, piombando, come fanno i gufi veri in picchiata, sul bischero-buffone-invisibile.

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La strategia del baro

 #1. Con gli artefizi dell’illusioni­smo [cfr. qui quiproquo] il bischero è riuscito sul momento a fregare un muc­chio di persone, spinte a vedere solo <mentalmente> cose inesistenti. I suoi scrittori-fantasma l’hanno catechizzato per provare a far “credere” ai piddini clerical-destrorsi che lui puntava soltanto alle cosiddette “primarie”. Shakespeare, secondo il Re Lear, avrebbe fatto dire al figlio di Gloucester che “è un malanno dei tempi che i matti debbano guidare i ciechi”. Per Renzi si può parafrasare che <è il malanno di questi tempi che tre matti scrittori-fantasma debbano guidare un bischero che non vede la realtà>.

Costui, dopo essere stato surclassato da Pierluigi Bersani alle primarie precedenti, ha detto che quest’ultimo pertanto andava “rottamato” con altri vecchi: ma intanto anche alcuni anziani più o meno come Bersani, o ex bersaniani, ex dalemani, ex ex …, a es, della serie Domenico “Marco” Minniti [58 anni], allo spionaggio per tutte le stagioni, ma che al bischero facevano gioco, nonostante l’età, come anche Anna Finocchiaro [59 anni], ma non l’aretina-del-sud di Sinalunga Rosi Bindi [63 anni come Bersani], la quale conosceva troppo bene il suo pollo corregionale. Forse Rœnzi pensa ancora di stare più di 7 secoli or sono ― ai tempi dello scontro tra fiorentini guelfi\neri, papisti infusi di certezze, come lui stesso ancor oggi [papista anche per il … “papi” ], e bianchi, loro avversari interni, pur sempre cattolici ma <moderati>, e ghibellini aretini sconfitti nella battaglia di Campaldino 725 anni fa. Senonché i nord aretini del valdarno – vedi a es.quelli di San Giovanni valdarno [da cui Laterina dista appena 18 km, 24 per strada, con l’auto in mez-z’ora di macchina], Montevarchi, Cavriglia, Incisa, Figline valdarno, ecc. – ricadevano nell’area d’interesse fiorentina [055], e oggi sempre più risucchiati nell’orbita di Firenze, pur se si trovano nel territorio di Arezzo [0575] (finché sussistano ancora le province). Così i tre consiglieri sono stati cooptati a fianco dei suoi e sue seguaci “s\guel­fi-neri” di provincia e senza alcuna generale base culturale storica ed economica e di esperienza pratica, in odor di Toscana, resuscitando un campanilismo estremamente provinciale.

 #1bis. {variazioni sul tema ad Civati} Sicché i suoi suggeritori gli hanno consigliato di far scattare la prima trappola alla “Leopolda i”, dove tra i primi ad abboccare, inspiegabilmente, è stato, forse perché <giovane>, Pippo Civati. Il quale però ha potuto presto vedere con i suoi occhi non ipnotizzati dall’illusione del coetaneo Renzi che razza di opportunista fosse il bischero. Infatti per fortuna tre anni fa – meglio tardi che mai! [cfr. no 133 – ott.2010, ignorato, e rist. poi nel blog] – la loro rottura era nell’aria [l’invito ad Arcore del bischero, quando i comunisti e vari altri anche liberalborghesi già sapevano che Berlusconi era un <delinquente abituale> anche se non ancora condannato per prescrizioni, leggi ad hoc e sotterfugi vari; le sue prese di posizione a favore di Marchionne, ecc.], sì che Civati constatò che Renzi, negando le parole da quello stesso proferite – “prima il popolo, poi il leader” – “pensa alla leadership, non al popolo”, e lo lasciò alla rincorsa della guida personale del partito. La distanza era diventata abissale tra lui e Renzi, che preferì al suo fianco … vólti nuovi della serie Veltroni(59)-Fioroni(56)-Chiampari­no(66) e via aggiustando questi e gli altri “rottami”. Alla faccia del rinnovamento‼ – notò Civati –  fatto in uno spirito spicciolo, antipolitico qualunquista. Epperò in realtà Renzi si era occupato della conduxione del partito fin dal primo momento. Con l’appog­gio scambiato ad Arkore con il tirannosauro (che nel 2009 fece presentare da Verdini a candidato sindaco di Firenze, solo come bandiera per il Pdl, un uomo-di-paglia che fu sùbito bruciato: l’ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli), sì che, con simile appoggio falsamente <occulto> del duo Berlusconi-Verdini vinse facile Renzi [per garantire Fusi e Ligresti]: così con un’impresa elementare, Renzi spaccò il Pd a Firenze ― che bravura!!! ti piace vincere facile? dice una pubblicità. La … <dimenticanza> di ricordare il 25° della morte di Enrico Berlinguer rientrava nel suo gioco al massacro contro\dentro il Pd, giacché per il centro-(destra)-asinistra che voleva lui, perfino il pallido “compromesso storico” pareva richiamare troppo il Pci! [molti ricordano pure le balordaggini dette e compiute da Alemanno (“chiamo ‘sercito, chiamo ‘sercito”) per la nevicata a Roma, ma pochi hanno ironizzato su Renzi e la neve a Firenze, e su altre baggianate].

Tanto che Civati stesso nel Pd ha potuto e dovuto schierarsi a capo della pseudo opposizione interna, dato che lo spento e imbelle Gianni Cùperlo, fedele-a-un-partito-che-non-c’è, pensa ancora che le decisioni del <partito> vadano rispettate comunque: come se, appunto, esso fosse tale e vigesse il “centralismo democratico” caratteristico di una vera organizzazione politica quale la intendeva Lenin. E non preda di un baro opportunista [ricordate a Renzi, da un lato, ma anche a Cùperlo, dall’altro, dei 101 imbroglioni, di simil risma, che dichiaratisi unanimemente per Prodi (addirittura ex <diccino> e non <piccino> come Berlinguer) lo affossarono in aula, ma … per bloccare Bersani]. Di fronte a un baro di tal fatta si deve lottare, e non rispettarne tacitamente e per una improbabile “correttezza politica” le decisioni, sol perché è il segretario “eletto” ― già, eletto: ma come, perché, con quali fini non secondari? Anziché cacciarlo sùbito a calci in culo: Lenin organizzò la lotta interna come minoranza finché essa divenne maggioranza [questo vuol dire il termine russo bolscevichi]. È necessario un programma di azione più articolato, di lotta anche se inizialmente perdente, sia dentro quel simulacro di partito e sia soprattutto fuori.

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IL“FAVOR REI” E LA PROGNOSI DI RIEDUCABILITÀ

la presunta “buona fede” del condannato

Ritenevamo che le norme prescrittive dettate dall’o.p. vigente fossero chiare e inequivocabili: e perciò pubblicammo su questo nostro blog [cfr. il precedente articolo del 14 apr. ignominia certificata] alcuni nostri sospetti – caratterizzati nello stile di molti comici sotto la premessa <di maniera>, implicita, con un salvifico <sarà, ma io non ci credo> – circa il pronunciamento dal sentore nauseabondo di opportunismo del tribunale di sorveglianza. Ma eravamo troppo benevoli: ci sembra che non sia proprio così, a vedere a che cosa preludano le dichiarazioni, a dir poco sconsiderate, dei giudici del tribunale di sorveglianza e a che lascino intendere le cose non dette o pure dette ma monotematicamente, senza troppa prudenza, in favore del reo. Pertanto ci si impone oggi di precisare qui – come continuazione del citato blog precedente – sia alcune norme occultate, sia i marchingegni truffaldini messi in atto da quei veri e propri filibustieri che sono i difensori del reo. E occorre partire dalla prima norma formulata da considerare ineludibile: la <durata della pena detentiva inflitta, che, ai sensi del 1º comma dell’art. 47, non deve superare i tre anni>”, al massimo e per chiunque (si chiami Rossi, Bianchi o Berlusconi) dal momento che si “prevede che la misura alternativa, anche attraverso le prescrizioni, contribuisca alla rieducazione del condannato e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati, oltre che abbia tenuto un comportamento tale, dopo la condanna, da consentire lo stesso giudizio”. Le argomentazioni su tali tempi sono inoppugnabili e le motivazioni qualitative sensatissime, ai fini del recupero sociale del reo tramite un suo effettivo <ravvedimento> dettando rigorose prescrizioni predeterminate, per l’imposizione di obblighi anche positivi e non solo negativi sulla via del superamento degli errori passati e del pieno recupero [‼?‼ <mma de che?>] del soggetto; anche in base a informative raccolte tramite organi istituzionali (di polizia, prevalentemente) “oltre che dei consueti indicatori criminologici quali i precedenti e le pendenze penali”; le misure alternative alla detenzione riguardano anche “il principio di buona fede del condannato e della sua affidabilità e idoneità per la rieducabilità”. Già la deroga parziale dal regolare periodo di due anni avrebbe dovuto costituire una limitata eccezione, solo per dare ai rei più anziani un po’ più di tempo per riadattarsi alla vita comune. Dunque è proprio il Tribunale di sorveglianza [competente a decidere sulla concessione dell’affidamento in prova, ex art. 47 comma 4º] che può addivenire alla pronuncia favorevole solo se siano stati raccolti elementi concreti e specifici a sostegno della richiesta.

Invece, come vuole il proverbio <fatta la legge, trovato l’inganno>: tramite una ridda di interpretazioni giurisprudenziali, negli anni è stato tentato – e fatto – di tutto per <andare incontro> ai rei potenti, e salvarli in qualche maniera: il riferimento a fatti e persone (come si dice), Berlusconi e le sue truffe e frodi, non sono puramente casuali. Intanto i tre anni sono stati estesi per riferirli a tutti. E siccome non bastava – e comunque da quel punto di vista da ultrasettantenne, per la sola ammissibilità e non per la pena irrogata di quattro anni – volendolo sarebbe potuto bastare: ma c’era la questione della durata massima, indipendentemente dall’età del condannnato, ed è 4>3, non potendo derogare dalla durata della pena, 4 anni, urgeva fingere di abbassare il termine massimo di 3 per ammettere alla prova dei servizi sociali anche i delinquenti che non ne avevano titolo. Ecco allora che gli avvocati-azzecagarbugli, con grande lungimiranza berluscoide (tanto lì <si nun so’ dilinguenti, nun li volemo>, e quindi il materiale dis\umano non manca!) ti inventano un paio di giochetti che fanno impallidire quello delle tre carte: giacché sotto la carta dei tre anni hanno nascosto i dieci mesi e mezzo: et voila! les jeux sont faits, rien ne va plus! Per inciso-ma-non-tanto: in base alla legge che ha preso il suo nome, Anna Maria Cancellieri ha ricordato che “i reati finanziari non sono stati mai presi in considerazione nei provvedimenti di amnistia e indulto” e quindi che, in base alle precedenti esperienze, “un provvedimento di clemenza non potrebbe riguardareSilvio Berlusconi” ― ma chi ci ha creduto?!? Sono stati in molti a non abboccare [anche se già nel 1990 i reati commessi da politici, particolarmente quelli contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione e peculato) non furono ammessi ad amnistia [e nel 2006 furono esclusi dall’indulto anche altri reati [relativi a mafia, terrorismo, violenza sessuale, prostituzione, pornografia minorile, riciclaggio e traffico di droga].

 

Risultato è stato infatti che, pur se gli avvocati-del-Kapone non sono riusciti a ottenere l’amnistia (o la grazia) per il loro capo, queste altre grandi-palle-sonda sono però servite come diversivi per non attirare l’attenzione della pubblica opinione sull’indulto. Sembrava che dopo la condanna di Berlusconi, diventata definitiva il 2 agosto 2013, per la frode fiscale nel processo Fininvest\Mediaseta 4 anni [erano e sono stati confermati, quindi più di 3!] tutto fosse chiaro ― nondimeno … non è stato così <grazie> all’indulto negato\voluto da Cancellieri che taglia di netto la misura della pena originaria, cioè della pena <inflitta> da espiare. Pertanto! Ghedini & co. sono riusciti surrettiziamente – tomi-tomi, cacchi-cacchi, diceva Totò – a usare il grimaldello giurisprudenziale sopra ricordato per sostenere la peregrina tesi dell’opportunità di sottrarre i 3 anni dell’indulto concesso a tutti. Stavolta – per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana – sono stati fatti rientrare dalla finestra formale pseudo giuridica anche i reati finanziari e quelli particolarmente gravi commessi da funzionari pubblici (per caso qui era in questione il … <presidente del consiglio>) ai danni dello stato, con truffa ed evasione fiscale. Conseguentemente sul termine “inflitta”, anche in riferimento al limite di pena (rapportato rispetto a quello che dice l’art. 47 comma 1° o.p.) è sorta una pedante diatriba tra avvocati, avvocaticchi, principi-del-foro e supreme istituzioni. Tralasciando i noiosi dettagli basta delineare le due parti allo scontro: l’una è per l’interpretazione testuale e rispettosa della genesi pratica e storica – e anche sintattica – della legge sull’affidamento in prova: in concreto, “inflitta” è così da intendersi “nel senso di pena irrogata con la sentenza di condanna definitiva” senza poterci sottrarre alcun effetto attribuibile ai ridimensionamenti intervenuti dopo per altre cause [come avverrebbe – ed è avvenuto – per fare un esempio non casuale con un indulto] come pena in espiazione, “inflitta”, che letteralmente sta a significare imposta, irrogata; l’altra è quella detta dai giuristi del <principio del “favor rei”>: secondo cui una <rigorosa> [e se no, che altro??] interpretazione letterale di “inflitta” non consente un <eccessivo utilizzo> della misura, a cui viceversa quella genìa di azzeccagarbugli vuole estendere la possibilità di interpretare e applicare con <manica larga> l’istituto della sorveglianza: come dice la denominazione a totale favore del reo condannato.

Così con un capolavoro di ipocrita opportunismo i legulei berluscoidi sono riusciti nell’intento di far scendere il limite massimo dei quattro anni, in un appello aggiuntivo prima a due anni (ma era solo per la pena accessoria, senza intaccare quella principale); ma poi grazie <all’insaputa> di Anna Maria Cancellieri, l’indulto, che han fatto inserire tra le righe di quella legge, tutti costoro di fatto hanno accolto la seconda <interpretazione>, detraendo contra legem i tre anni dell’indulto. Ripetiamo, esteso anche ai reati molto gravi, finanziari e non, commessi da <delinquenti abitudinari> (come è stato definito Berlusconi dal dispositivo della sentenza definitiva) e in quanto – come ha scritto incoerentemente anche la stessa magistratura di sorveglianza, rispetto al suo generale agire per il favor rei – Lui “è ancora persona socialmente pericolosa; le condotte reiterate nel tempo del reato dimostrano l’insofferenza del colpevole alle regole dello stato poste a tutela dell’ordinata e civile convivenza”: e dopo ‘sta carrettata di Sue dichiarazioni piene di ingiurie e oltraggi e di proprie reiterate insulse affermazioni di “innocenza” [‼?‼], esse di per sé stesse dovevano imporre – per legge! – la negazione dell’<affidamento in prova per i servizi sociali>. Ciò in quanto “la misura alternativa, anche attraverso le prescrizioni, data la sua natura originaria, non poteva essere concessa a condannati per reati considerati di una certa gravità, e questa non si poteva che desumere dall’entità della pena irrogata nella sentenza di condanna”: ed è lo stesso <affidamento in prova> che è concesso affinché esso “contribuisca alla rieducazione del condannato”. Ma tutti i giudici di sorveglianza hanno un pallido ricordo che l’art. 47 o.p. recita che se “si è in ogni caso negata la sussistenza di una sorta di presunzione di affidabilità di ciascuno al servizio sociale; negandosi quindi che l’affidamento in prova sia in ogni caso lo strumento idoneo al conseguimento degli obiettivi della rieducazione e della non recidività del condannato”. E loro propendono per la concessione dell’affidamento come se la <rieducazione> fosse esso stesso in quanto tale uno <strumento idoneo al conseguimento degli obiettivi della rieducazione>, e non che codesto obiettivo sia un eventuale risultato della misura alternativa e non una sua premessa.

Viceversa, nonostante il Suo comportamento {a cominciare dal non riconoscimento della condanna inflittagli in tutti i tre gradi di giudizio previsti (quasi solo) in Italia, sì che insiste con l’ossessivo e borioso ritornello dei pm-che-lo-hanno-“perseguitato”, e non di essere i pm consapevoli di dover “perseguire” [nel senso proprio della lingua italiana, che Lui non conosce] il grave reato ― e quindi il reo-imputato che lo ha commesso}. Lo stesso vale per il pagamento da Lui disposto del risarcimento danni all’agenzia delle entrate [ma che Lui ha <accomodato> ben dopo la sentenza che lo ha colto in fallo, mentre la legge, per considerarlo un segno positivo, dice che esso pagamento debba avvenire prima che la sentenza colga il truffatore con le mani nel sacco: altrimenti è troppo comodo! e semmai perciò esso può costituire un’aggravante per la mancata sincerità del reo che assuma tal ruolo solo per freddo e calcolato interesse]} e anche delle usuali spese processuali per il caso Fininvest\Mediaset: ci mancava pure che, condannato, non volesse pagare le spese giudiziali; invece il tribunale di sorveglianza dice che tutti quelli “appaiono indici di volontà di recupero”. Volontà-di-recupero?‼? ma siamo matti? E per fare 31-da-30 quel tribunale ha ritenuto congruo aggiungere all’“ancora socialmente pericoloso” che pure “il fatto che abbia chiesto di scontare la pena ai servizi sociali, mostra “volontà di ravvedimento””. E la mera <possibilità> che soltanto una parte della giurisprudenza ammette per estendere l’interpretazione a favore del reo, per chi si schiera con quella parte viene elevata a effettuale ovvietà. Sicché la legge per l’affidamento in prova [specificamente l’art.47 o.p.] cambia natura e resta subordinata a questa forzatura interpretativa, vanificando ciò che la legge stessa prescrive ― mentre è solo essa legge che conserva immutate, ma disattese, e valide tutte e sole le norme imposte, al di là delle possibili [?] diverse interpretazioni che comunque non debbono violarle.

 

L’affidamento è revocato qualora il comportamento del soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile con la prosecuzione della prova. All’affidato in prova al servizio sociale che abbia mostrato nel periodo di affidamento, di collaborare con la giustizia, rispettandone le decisioni e accettando i giudizi, e di un suo concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti rivelatori del positivo evolversi della sua personalità, può essere concessa la detrazione di pena; se l’istanza non è accolta, pertanto, riprende o ha inizio l’esecuzione della pena. Tale istanza può comunque essere legittimamente respinta quando il tribunale di sorveglianza ritenga che il delitto che ha dato luogo all’applicazione della misura cautelare, non consenta di formulare il giudizio prognostico di cui all’art. 47 della legge 354/1975. Ma il tribunale di sorveglianza non solo non ritiene il delitto di Berlusconi tale da negare ogni norma che possa permettere di applicare la misura cautelare – e quindi non solo ha cominciato a far attuare il cosiddetto <servizio civile> [piuttosto <immorale e biasimevole>, una caricatura!] – ma c’è da aspettarsi che non lo revochi. Per una semplice informazione di massa – che i grandi mezzi stampati e radiotelevisivi non hanno voluto dare, così indirizzando malamente e in senso contrario la pubblica opinione – è opportuno delineare i termini storici della questione. In tale maniera i legulei berluscoidi sono giunti a fare estendere l’interpretazione del favor rei – in opposizione non solo all’altra interpretazione, quella letterale, ma altresì alle disposizioni di legge vigenti – ai fini della determinazione del computo della pena: anziché assegnare rilevanza alla legge, si è comunque pervenuti a detrarre <tutti quei fatti giuridici che importano un ridimensionamento della pena inflitta> (indulto, ecc.). L’istituto dell’affidamento in prova, vide quindi allargarsi notevolmente il suo campo di applicazione, perdendo perciò alcune delle sue principali connotazioni originarie. La pronuncia interpretativa di accoglimento, portò a considerare l’espressione “pena inflitta” al di là del suo significato letterale, come pena da espiare effettivamente, ma nella <praticaccia> come durata da cui andava detratta sia la parte di pena già condonata o altrimenti estinta, sia la parte eventualmente già espiata dal condannato: ecco il <sordido-capolavoro> della <banda Ghedini &co.>

Dovendosi verificare per decenza la cosiddetta prognosi di rieducabilità (di cui all’art. 47, 2º e 3º comma della legge 354/1975) l’alternativa offerta all’attenzione delle masse sarebbe dovuta essere tra gli arresti domiciliari e il carcere, privilegiando quest’ultimo come fu fatto per Calisto Tanzi (dato che allora quei giudici di sorveglianza dissero con sincerità che non potevano accettare neppure una parola tra le menzogne da lui raccontate). E si osservi che è ritenuta sufficiente, nella pronuncia del tribunale di sorveglianza, la motivazione puramente negativa, non occorrendo che venga anche fornita la dimostrazione, in positivo, dato che detta applicazione non consentirebbe in nessun modo il conseguimento degli obiettivi voluti dal legislatore. Se l’istanza non è accolta, riprende, o ha inizio, l’esecuzione della pena. Si è in ogni caso negata la sussistenza di una sorta di presunzione di affidabilità di ciascuno al servizio sociale, e quindi negandosi che l’affidamento in prova sia in ogni caso lo strumento idoneo al conseguimento degli obiettivi della rieducazione e della non recidività del condannato. In sintesi, il beneficio dell’affidamento non potrà essere concesso ove risulti che la condotta serbata dal condannato in libertà non sia stata osservante della legge penale o di prescrizioni imposte a fini di prevenzione.

Quel che conta, in definitiva, è solo la valutazione della condotta del condannato al fine di stabilire se lo stesso (prescindendo quindi dall’accertamento giudiziale della sua responsabilità) sia meritevole del beneficio penitenziario alternativo alla detenzione. L’applicazione dell’affidamento, considerato che lo scopo cui la misura deve essere idonea, è il contribuire alla “consapevolezza della necessità di rispettare le leggi penali e di conformare, in genere, il proprio agire ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, e nella valutazione delle modalità dell’insistente professione di non colpevolezza. <È indubitabile che il carattere “inverosimile e malizioso” del modo di porre la propria innocenza sia elemento da considerare nel giudizio di affidabilità del condannato>; anche l’indifferenza del reo a voler riparare l’offesa o il danno arrecato, per cercare di ristabilire un rapporto corretto con l’ordine giuridico violato, può essere ritenuto sintomatico del mancato ravvedimento del condannato. “L’utilità della misura al fine del reinserimento sociale, va inteso con particolare riguardo all’esigenza di una “autentica e profonda” revisione critica del comportamento, fondata sul distacco dalle precedenti scelte devianti e sulla coscienza del danno sociale causato: il beneficio nel caso specifico va negato al condannato che ometta una esplicita presa di distanza dal passato delittuoso, limitandosi ad affermare di avere maturato una non meglio chiara “autocritica””.

 

Per concludere l’aspetto legale, tenuto in spregio dai fanatici berluscoidi della <banda-ghedini> merita considerare alcune norme costituzionali relative alla gestione penitenziaria. Un intervento della Corte costituzionale nel 1993 [importante anno di svolta, cominciando dal quale venne dato fondo agli attacchi alla costituzione stessa] intende per pena inflitta “quella da espiare in concreto”, includente cioè anche quella residua rispetto a una maggiore pena inflitta; con ciò quindi veniva criticato il metodo con il quale è <stata ampliata la concessione dell’affidamento>. Viceversa la legge e l’ordinamento penitenziario prevedevano – e prevedono tuttora essendo questa la legge vigente – quali debbano essere i <limiti di pena entro i quali è perseguibile il fine rieducativo>; ossia solo per le pene medio-basse era previsto l’affidamento in prova al servizio sociale. La corte di cassazione, sulla base della nuova formulazione dell’art. 47 o.p., ha sentenziato che la concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale è legalmente subordinata alla condizione che la pena detentiva “inflitta” non superasse i tre anni, dovendosi intendere letteralmente per “inflitta” la pena irrogata con la sentenza o le sentenze di condanna, secondo l’intenzione del legislatore, la struttura e lo scopo dell’istituto del quale la disposizione fa parte, ma evidentemente meno favorevole al condannato.

Viceversa, dunque, secondo la <banda-ghedini> il significato di <pena inflitta> va interpretato … nel senso che deve trattarsi della pena “da espiare in concreto” ― laddove costoro hanno voluto far assumere l’interpretazione secondo cui occorra tener conto anche dell’“applicazione di eventuali cause estintive”, che come tali vanno detratte. Si è pervenuti pertanto, per la giurisprudenza favor rei, all’affermazione che pena “inflitta” significa pena residua da espiare, ponendo in tale maniera l’istituto dell’<affidamento in prova al servizio sociale> di fronte alla possibilità di farlo assurgere a beneficio attribuibile anche a soggetti condannati per reati gravi.

Piuttosto occorre cioè che i servizi sociali, incaricati di gestire la “prova” dell’affidamento, siano messi nelle condizioni di <assicurarne l’esecuzione sotto tutti gli aspetti>: controllo, aiuto e appunto riparazione del danno. L’affidamento in prova al servizio sociale – in quanto legge vigente – al di là delle strumentalizzazioni effettuate dal mondo politico nel corso di questi anni, senza dubbio nella sostanza, in quanto istituto penale per una misura alternativa, potrebbe in sé restare un fatto positivo. Ma nella realtà della corruzione del sistema di potere della classe borghese decadente ogni vergognoso arbitrio è ammesso: quindi siamo tutti chiamati ad assistere alla prossima ignominia del tribunale di sorveglianza cui è stato incautamente e illegittimamente affidato il <mostro B> ― che non contento della interpretazione forzata della legge penale a suo favore, e non bastandogli l’avvertimento formale del presidente Pasquale {“poco”} Nobile De Santis che l’ha minacciato di revocargli l’affidamento (che peraltro già non gli spettava) se avesse ancora offeso, insultato e denigrato la magistratura, non ritenendo che fosse più che sufficiente il fiume rigonfio di ira, di rabbia e di senso di vendetta già vomitato dalla Sua boccaccia – si è ancora una volta scagliato contro la sentenza [terza e definitiva] della Corte di cassazione che Lui ha di nuovo definito – proprio Lui … <il mostro> – una “mostruosità” che lo ha “condannato ingiustamente” per una cosa di cui Lui si è per l’ennesima volta autodichiarato “innocente”. Ci vogliono altre “prove” affinché il sig. <Nobile> si accorga anche della prossima ignominia, per revocargli l’<affidamento in prova> e farsi restituire il mal datogli!

E se non è Silvio Berlusconi il soggetto reo riconosciuto colpevole e <condannato per reati gravi>, chi potrebbe essere mai? Ciononostante i giudici (¿chi? tutti?) del tribunale di sorveglianza nel comportamento del reo condannato hanno ravvisato [‼?‼] <elementi che indicano “il riconoscimento della condanna” ed ”evidenziando la scemata pericolosità sociale di Berlusconi, appaiono indici di volontà di recupero dei valori morali perseguito dall’ordinamento”>. Ma dove stanno? Nel mondo dei matti – magari si trattasse del cappellaio di Alice nel paese delle meraviglie!, oltre che logico sarebbe anche divertente – ma in questo globo di merda come si può parlare ancora oggi, rispetto a Lui, di <riconoscimento della condanna>, <scemata pericolosità sociale>, <volontà di recupero> perfino riferita ai <valori morali>! La Sua morale\immorale, la sua più volte ribadita pericolosità … non scema\ta, di quale recupero e dove sta il riconoscimento della condanna (e dei giudici che le hanno emesse, più di una, anche se di diverso grado di giudizio o di prescrizione) e con essa, non della propria nauseabonda“innocenza”, ma implicitamente dell’ammissione di colpevolezza e di accettazione del giusto giudizio ― come fanno a non vedere tutto ciò? Aprite gli occhi, se ancora li avete. Insieme ai grandi-comunicatori-di-massa (stampa e tv). C’è ancora tempo e possibilità, ma per ora la risposta è sempre ferma sul boh!, o pure sull’avverarsi di dubbi e sospetti da noi avanzati una settimana fa, ipoteticamente, circa il rischio di un atteggiamento cieco o accecato da parte del tribunale di sorveglianza: “tu come la vedi? ÷ la seconda che hai detto!” 

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IGNOMINIA CERTIFICATA

La Contraddizione - blog

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<E che ve lo diciamo a fare?>. Il fatto che tre giudici – che dovrebbero decidere, insieme al presidente Pasquale Nobile De Santis, come la giustizia debba agire nella destinazione penale di Silvio Berlusconi – siano di sesso femminile (la giudice Beatrice Crosti e due consulenti, la criminologa Silvia Guidali e la sociologa Federica Brunelli), di per sé è privo di senso, se non che sia scaramantico stimolare un auspicio in base a precedenti sentenze emesse da giudici donne. Alla riunione preliminare erano presenti anche il pm Antonio Lamanna, nella parte della pubblica accusa che … quindi ha accolto di buon grado la richiesta per l’affidamento in prova, avanzata dai due difensori … “ufficiali” (di fatto oltre a lui pm stesso…) di Berlusconi, Ghedini e Coppi; il quale pm ha però tuonato contro altre <offese> e <insulti> che il condannato lanciasse ancora verso i magistrati…

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Il surfista sull’Arno (parte seconda)

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#3. I 101 giorni. I <cento giorni> – che ogni nuovo governo invoca come sua prova del fuoco, sperando che portino bene – hanno in realtà un’altra storia, talmente sciagurata che i superstiziosi considerano provocata da iella, mentre dipende soltanto dall’arrogante insipienza, e presuntuosa, del protagonista, e che perciò tra breve conviene ricordare. Per cominciare, e tanto per entrare in un netto clima di sfacelo, è bene suggerire a Rœnzi di contare 101 giorni,e non cento, perché sono più adatti a evocare le malefatte della sua infida nascita governativa da rinnegato-“lupetto”-alla-conquista-del-pd-asinistra, quando ha raccattato i voti di quei transfughi bugiardi e ipocriti del suo doppio, per così dire, partito: la destra clerical-reazionaria del partito democratico e l’oltranzismo catto-fascista della ex democrazia cristiana fusi … <fasul-democraticamente>, manco a dirlo, nel Pdc — per attirare l’esca Prodi nel tranello teso a far venire un colpo a Bersani: due…

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