II incontro Centenario della Rivoluzione d’ottonre

alle 16.45 inizieremo la diretta

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Sangue d’Europa

sull’imminente referendum nel Regno Unito

di Francesco Schettino

A poche ore dalla celebrazione del referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione europea ci sembra opportuno proporre alcune riflessioni indipendentemente dall’esito che la chiamata alle urne di giovedì 23 potrà avere. Innanzitutto vogliamo impostare un ragionamento sullo stato dell’Unione europea e della crisi capitalistica più in generale: prendendo in considerazione, per esigenze di spazio, solo l’ultimo decennio già è possibile individuare alcuni elementi utili a delineare le motivazioni più di rilievo che hanno determinato la situazione all’interno di cui si barcamenano gli stati europei alla viglia di un appuntamento così di rilievo.

Partiamo dunque dall’emersione della crisi capitalistica di fine 2008: risultato fenomenico delle difficoltà in cui, da almeno 40 anni, il capitale versava nella sua interezza, allora esplodeva con violenza inaudita negli USA, investendo immediatamente tutti i paesi dell’Europa, a causa dell’elevata interconnessione garantita dalla mondializzazione del capitale. Va precisato che, in tale epoca, i principali paesi dell’Unione europea navigavano in acque per quanto critiche, sostanzialmente stabili, mentre dall’altra parte dell’oceano segnali di un’imminente esplosione del bubbone della crisi, che da anni covava sotto l’epidermide, e che veniva regolarmente allontanata grazie a guerre o finti attentati, erano sempre più evidenti. Dunque, nei mesi subito successivi al fallimento di Lehman Bros. fu chiaro che il grande ammalato era il sistema statunitense, mentre l’economia europea, per quanto colpita dalle difficoltà del principale partner commerciale (nonché maggiore investitore), non semrava essere afflitta da nuove e inattese problematiche interne. Solo qualche mese dopo, e in particolare agli inizi del 2010, il capitale a base dollaro, accortosi della possibilità di scaricare gran parte delle nefandezze frutto della crisi sui fratelli nemici legati all’euro, ordì un piano per attaccare e colpire a morte l’Unione europea e l’euro (si veda anche “Metti una sera a Manhattan”, La Contraddizione no. 130). La debolezza delle istituzioni europee, Bce in testa, impossibilitata a intervenire per un sistema normativo contorto e scellerato che la regolava, permise al capitale legato al dollaro di inserire il cuneo nel ventre molle d’Europa, la Grecia, speculando fortemente sul suo debito pubblico e continuando poi nella danza mortale anche sugli altri paesi del meridione d’Europa – Italia, Portogallo, Spagna – determinando veri e propri sconvolgimenti sociali che derivavano da una crisi di entità senza precedenti.

È stato probabilmente, questo, l’ultimo atto di una conflittualità tra capitali che, da una parte ha determinato una sudditanza dell’area euro a quella del dollaro (e su questo gli accordi TTIP la raccontano lunga), e dall’altro ha generato una sfiducia straordinaria sia nelle istituzioni europee che nella unificazione monetaria. Le accuse alla Germania, mal poste finché di natura esclusivamente nazionalistica e dunque non di classe, e la richiesta di uscita dalla moneta unica hanno finito per unire su posizioni talvolta francamente imbarazzanti rispettabili intellettuali marxisti con infidi, opportunisti e destroidi sedicenti opinionisti o studiosi. A ciò si è aggiunto lo straordinario flusso di migranti fuggiti dai paesi affamati dall’imperialismo o dalle guerre per interposta persona dei governi degli stati a capitalismo avanzato. Tutto ciò sta da anni mettendo a repentaglio il già fragile equilibrio sociale presente nella maggior parte dei paesi Ue: il risultato più ovvio e scontato, e foraggiato anche dal capitale, che dalla guerra tra poveri ha sempre da guadagnare, è stato una feroce emersione della feccia razzista e xenofoba che in poco tempo ha trovato congrua rappresentanza politica anche a livello parlamentare (in particolare si veda il caso di Le Pen).

Dunque, in questo momento in Europa si intersecano pesanti problematiche inerenti una crisi per la quale è difficile individuare sicure vie d’uscita, quali: disuguaglianze crescenti all’interno dei singoli paesi e tra i membri dell’Ue (in particolare tra Piigs e gli altri); sacche di povertà e disoccupazione che difficilmente verranno riassorbite; generazioni perdute; forte immigrazione, quotidiane allerte terrorismo, rafforzamento di razzisti e fascismi. In un quadro così delineato, si sta per concretare uno dei passaggi più importanti della storia moderna: l’adesione o l’uscita de Regno Unito dall’Ue. Non è un segreto, infatti, che, per quanto esso non abbia aderito all’Unione monetaria europea (per questioni inerenti il mai eliminato rapporto col dollaro USA), rappresenti comunque la seconda economia a livello continentale, dopo la Germania e prima della Francia. La sua fuoriuscita, dunque, indebolirebbe significativamente l’Ue, fornendo un ulteriore elemento di destabilizzazione alle sue già mal messe condizioni.

Non va mai dimenticato che, sommando i Pil di tutte le economie europee, l’Ue finisce per essere il bacino di domanda pagante più importante del mondo: pertanto, un suo indebolimento colpirebbe contraddittoriamente tutti i capitali, quelli asiatici e legati al dollaro compresi. Quindi, se l’esito fosse quello del Brexit, oltre all’Europa ne uscirebbe, in senso più ampio, con le ossa rotte tutto il sistema del capitale che, peraltro, se la cava molto male in attesa dell’esplosione, forse imminente, della bolla speculativa formatasi anche grazie alle spettacolari iniezioni di liquidità degli ultimi anni (i cosiddetti quantitative easing), e al probabile rialzo dei tassi da parte di tutte le banche centrali del mondo. Piccoli capitali locali, al contrario, potrebbero avvantaggiarsi da una situazione del genere, ma la questione sarebbe di scarso peso nel bilancio complessivo di un esito di questo tipo.

Non è un segreto che, per prevedere quel che avviene a livello politico internazionale, è di straordinaria utilità osservare gli indici di borsa mondiale che mentono poco e spesso sono molto più efficaci di mille parole di sedicenti opinionisti o di sicofanti d’accademia prezzolati dal capitale stesso per sostenere l’una o l’altra opinione. Un esempio di scuola è quello della settimana precedente l’11 settembre 2001 in cui la borsa Usa osservò le perdite più pesanti dal …1929 a quel momento: quel che accadde dopo è storia che conosciamo sin troppo bene. Prendendo ad esempio l’andamento del Ftse/Mib, ma potremmo fare altrettanto anche con indici simili di altri paesi europei, si osserva con chiarezza che a fronte di un drammatico crollo delle prime due settimane del mese di giugno (dal 30 maggio al 15 maggio) in cui la borsa aveva perso 2 mila punti su 18, da giovedì 16 il recupero è stato impressionante (+1,2 mila pts). Questo tipo di dinamica è del tutto analoga all’andamento del tasso di cambio della sterlina sul dollaro, che proprio da quel giorno ha iniziato ad apprezzarsi dopo un brusco crollo; stesso discorso per il famigerato spread ridottosi rapidamente. Verrebbe, a questo punto, da chiedersi quale è l’elemento che ha permesso un’inversione di tendenza così netta e drastica: la risposta è che, senza dubbio, i risultati dei sondaggi sul Brexit che, proprio dal venerdì passato, 17 giugno, hanno iniziato ad allontanare l’ipotesi di uscita del Regno unito dall’UE, relegando le sue probabilità ad uno scarno 30%, quando ad inizio mese aveva superato il 50%, hanno avuto un ruolo preponderante.

Ma, andando più a fondo nella questione, viene da domandarsi quali possano essere gli elementi che abbiano permesso un cambiamento così rilevante nelle opinioni dei britannici dinanzi all’opportunità di uscire dall’Ue: non c’è alcun dubbio che la barbara uccisione della deputata Cox abbia rivestito da questo punto di vista avuto una funzione cruciale. Da quel momento, la levata di scudi da parte di grande parte della stampa britannica, di star di ogni tipo (persino il presidente della Federcalcio inglese), e anche l’apparente “pentimento” di molti di coloro che dal primo minuto avevano sostenuto l’opportunità di uscire dall’Ue ha rapidamente capovolto il senso comune inglese e tirato lo sprint verso il referendum di giovedì in una direzione inequivocabile.

Non ci sono evidentemente elementi materiali che possano confermare l’ipotesi che la Cox sia stata l’agnello sacrificale per la “salvezza” capitale europeo (e forse di quello mondiale) ma di certo, mantenendo un rigore logico nell’analisi dei fatti, risulta se non altro bizzarro che appena dopo l’efferato omicidio, le borse, allora aperte, invece di incrementare le perdite (come accade di norma a seguito di atti terroristici) hanno iniziato la virata instradando i principali indici su quel rally che ancora oggi continua a portare euforia sulle piazze finanziarie. Del resto il capitale ci ha abituato alla sua spietatezza e alla sua laica freddezza: eliminare uno o più soggetti, o persino popolazioni intere, al fine di garantire profitto è una costante nella sua storia e di questo dobbiamo saper prendere atto senza aver timore.

Chissà se forse tra una ventina di anni, uscirà un libro di un (falso) pentito dei servizi segreti che ci racconterà la vera storia dell’omicidio Cox: allora in molti ricorderanno di averlo pensato e forse riusciranno a vedere con un’altra chiave di lettura una questione così cruciale. Ma questo per il capitale poco conterà, giacché sarà troppo tardi per creare problemi: presumibilmente in quel momento sui volti dei veri artefici dell’operazione monterà un ghigno ironico pensando al sangue di quella donna che, inconsapevolmente, provò a salvare l’Ue e, in parte, il modo di produzione del capitale da una nuova gravissima crisi.

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LIMITI ECONOMICO-SOCIALI E ISTITUZIONALI

di Carla Filosa

Quando i diritti dell’uomo non c’erano ancora, li aveva il privilegiato.
Questo era inumano.
Poi fu stabilita l’eguaglianza,
in quanto si tolsero al privilegiato i diritti dell’uomo.
Karl Kraus

Siamo all’interno di un processo storico e pertanto di trasformazioni continue della fase imperialistica attuale. E’ per questo che prima di ogni azione politica, individuale o collettiva – che ricada con piena efficacia nell’oggettività del movimento reale –, sarebbe necessario analizzare proprio questa fase ultima per individuarne le contraddizioni, i punti deboli o l’inanità possibile degli obiettivi dominanti. Infatti, nonostante le reiterate affermazioni governative di fuoriuscita dalla recessione, molti dati – relativi al continuo innalzamento dei numeri sulla disoccupazione, al mancato rinnovo dei contratti pubblici, alla lenta stabilizzazione di alcuni (non tutti) precari, alla difficile attrazione di capitali per investimenti produttivi, ecc. – stanno a conferma del contrario, e quindi rientrano nella menzogna normalizzata di un sistema incapace, ossia impossibilitato a mostrare il suo necessario percorso di predatore pubblico/privato della  ricchezza sociale.

Siccome nessun politico o sindacalista sembra più in grado di ricordare e le cause di tali menzogne da propaganda – con buona pace degli illusi o ingenui/ignari dei 5 stelle – e le motivazioni reali delle difficoltà di fuoriuscita dalla crisi di sistema, proviamo qui a riproporre all’attenzione alcuni limiti sostanziali che determinano  le fandonie della governabilità “democratica”, per ora, illimitata.

L’aumento più rapido della massa assoluta dei profitti, appropriati dalla totalità dei capitali ormai transnazionali, determina, nella ripartizione complessiva, la diminuzione assoluta del profitto di alcuni singoli capitali, che pertanto sono costretti a licenziare, a farsi assorbire da capitali più grandi, a ristrutturare, ecc. Questo “negare” i più deboli capitali determinati, indissolubilmente connessi al loro “altro”, cioè al capitale sociale mondiale, costituisce il limite fondamentale di questo sistema, quale ostacolo da superare nei tempi di crisi in maniera evidente. La forza produttiva del lavoro sociale aumenta, a favore della struttura interna che incrementa i capitali, anche in termini di potere sulla società , determinando quindi la riduzione necessaria di popolazione lavorativa, che si viene a trovare progressivamente sempre più in eccesso. Dato che lo sviluppo delle forze produttive richiede un impiego di quantità di lavoro sempre minore, anche i prodotti realizzati conterranno una minor quantità di lavoro effettuato, e pertanto i loro prezzi caleranno. Ciò significa però che aumenterà la quota di lavoro salariato non pagata rispetto a quella pagata, mediante il prolungamento della giornata lavorativa, per consentire l’esazione di profitti comunque alti, secondo l’imposizione della concorrenza ormai planetaria..

Il limite all’impiego di un egual numero di forze lavorative – con l’investimento della stessa quantità di capitale – è dato proprio dall’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, reso necessario dallo sviluppo stesso ed estensione del sistema. Questo limite non è dovuto però alla produzione di ricchezza per la soddisfazione di bisogni sociali, ma alla base ristretta, storica e pertanto transitoria, della sola produzione di nuovo capitale appropriabile dal valore prodotto e non pagato di lavoro altrui. Il limite sostanziale è pertanto lo stesso modo in cui i capitali dominanti gestiscono la produzione sociale, per il proprio intrinseco scopo: l’autovalorizzazione, il che necessariamente implica esproprio e impoverimento della massa crescente di una popolazione, sempre più espulsa (e quindi sempre più  riducibile) dall’occupazione lavorativa.

Questo sistema economico-sociale, ormai dominante nell’occidente del pianeta, si avvale ultimamente di forme governative “democratiche”, le cui forme in continua evoluzione, sono da adattare alle esigenze dei mutamenti produttivi. Sotto le apparenze di questa formula istituzionale, politica e ideologica si nasconde il comando sul lavoro altrui, contenuto nelle leggi come nelle Costituzioni dei vari Stati. Il focus su questo specifico punto, qui forzatamente solo accennato, rinvia alla individuazione del conflitto sociale dovuto proprio a quanto detto sopra, all’antagonismo strutturale degli interessi sociali, da rintracciare anche nelle forme giuridiche e istituzionali.  Per quanto concerne il paese in cui viviamo, le riforme istituzionali, e non, sono continui colpi di maglio all’esistenza stessa della conflittualità sociale, eradicando le basi stesse della sua espressione collettiva. La soppressione di questa, anche nella Carta costituzionale, costituisce il prossimo appuntamento governativo all’indomani delle elezioni regionali.

Sembra importante a questo proposito riportare un estratto dal “Manuale di autodifesa militante della Costituzione” – scritto da Salvatore d’Albergo (con contributo di A. Catone), in cui si evidenziano i limiti della “Democrazia Costituzionale” -, dato che i piani giuridici e istituzionali costituiscono il nesso imprescindibile alle necessità di riproduzione e sviluppo delle basi economico-sociali.

“La c.d. “democrazia costituzionale” oggi esprime la posizione culturale dei giuristi “democratici” che, tornando indietro di quasi un secolo, sganciano i diritti civili dai rapporti sociali, cioè “reali”, privandoli così della forza che la Costituzione, con una permanente dialettica “politica, economica e sociale”, conferisce anche ai diritti individuali, classificandoli così, anch’essi, come “fondamentali”. Ciò anche perché si avalla l’autoritarismo proprio della forma di governo verticistica e pseudodemocratica propria dei modelli politico-istituzionali bipolari, che si differenziano dal totalitarismo solo perché oltre al “partito unico” di governo, ammette un altro, solo e unico, polo o partitodi opposizione “costruttiva”, cioè subalterna -, ma del tutto emarginato per l’intera legislatura dal potere di indirizzo politico e parlamentare e, quindi, del tutto ininfluente.

Rappresenta un pernicioso arretramento dell’ideologia giuridica italiana.”

Quando i diritti dell’uomo non c’erano ancora, li aveva il privilegiato.
Questo era inumano.
Poi fu stabilita l’eguaglianza,
in quanto si tolsero al privilegiato i diritti dell’uomo.
Karl KrausIn sintesi, per doveroso limite di spazio, la democrazia economico-sociale viene ridotta ai soli aspetti “istituzionali” sottolineando le “garanzie” di rigidità costituzionale e svalorizzando invece eventuali interventi pubblici nell’economia a favore dei gruppi sociali più deboli. Approfondire pertanto il passaggio da una forma di Stato storica ad un’altra, il cui nucleo dei principi di fondo è la centralità dei conflitti di classe nei vari ordinamenti politico-istituzionali, significa non immiserirsi nelle sequenze delle forme di governo, su cui presiede una “cupola sovranazionale”.

Come non esiste un “popolo sovrano europeo” e il Parlamento europeo rappresenta un coacervo di rappresentanze nazionali costrette a codecisioni di scarso potere, così i parlamenti nazionali sono ormai “succubi dei rispettivi esecutivi”.

La “Democrazia costituzionale” rappresenta quindi la svalorizzazione realizzata di una democrazia sostanziale (economico-sociale), in cui l’indipendenza tra le funzioni di governo e quelle di “garanzie” di libertà sociale, inattuate, determina altresì una riduzione della stessa democrazia politica. La prospettiva di un “capo”, dalle origini storiche non troppo remote, aleggia non solo sul piano politico ma si estende oggi anche a quelli sociali, come richiedono la centralizzazione e la conseguente strutturale corruzione della fase.

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legge bavaglio in salsa ispanica

Prove tecniche di fascismo in Spagna. A breve andrà in approvazione una legge bavaglio che di fatto criminalizzerà la gran parte dei cortei inasprendo pesantemente le pene di chi prenderà parte e persino per chi diffonderà la notizia. Per capirne qualcosa in più è stato predisposto un video estremamente utile:

http://youtu.be/97pNQn7JIAQ

Per chi si trovasse in terra iberica e nei pressi di Madrid sarebbe estremamente utile partecipare al corteo; per chi invece si trova altrove, è importante prendere coscienza del fatto che ciò che accade in Spagna, così come in Grecia e negli altri paesi del sud dell’Europa sono prove generali di un autoritarismo e che questo processo potrebbe degenerare in maniera ancora più drastica qualora non si lavorasse per formare o alimentare un vasto movimento di base capace di arginare questa deriva fascista.

di seguito il link della concentrazione: mordaza

http://www.nosomosdelito.net

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Il gran baro rampante

Non occorrono commenti —— bastano le parole di “quello là”. Stavolta pur gridate con astio:

“Non hanno scioperato contro la Fornero ma contro noi e lo fanno per un motivo politico: noi vogliamo bene ai sindacati che difendono i lavoratori e non i professionisti della burocrazia. {Scanditi slogan ed esposto cartelli contro il governo: “Renzi presidente della Confindustria” e “Renzi vattene amico di Marchionne”.} Possono dire quello che vogliono, possono tirare le uova e faremo le crêpes, tirarci i lacrimogeni, ma noi non ci fermiamo. Non è in gioco il destino di uno ma di un paese. Non ci fate paura. Un importante sindacato riunisce tante migliaia, centinaia di migliaia di persone per cui abbiamo un profondo rispetto. Massimo rispetto umano per Berlusconi. Ho massimo rispetto per chi si dimette, cosa che in Italia non succede spesso. Massimo rispetto per il presidente della repubblica. Massimo rispetto per il travaglio dentro Sel. Per l’Italia, la sua storia, il suo futuro chiedo rispetto. Anzi: pretendo il rispetto che il paese merita. Guardiamo a questi mondi con il massimo di rispetto. Li ascoltiamo, cercheremo di fare meglio, ma deve essere chiara una cosa: è finito il tempo in cui una manifestazione di piazza può bloccare il governo, il paese. Noi non molliamo di un centimetro e porteremo questo paese dove merita. Se diciamo che le tutele dell’articolo 18 sono poco più che un totem ideologico non lo diciamo per abbandonare al loro destino i lavoratori licenziati ma perché quella tutela non garantisce chi perde il lavoro ma il sistema di welfare”.

“Il lavoro resta la priorità. Dobbiamo superarla questa storia che nelle aziende le imprese sono contro i lavoratori, i lavoratori contro gli imprenditori… Quando sei in azienda quanti sono gli imprenditori che si sono spaccati la schiena per non tagliare posti di lavoro e quanti lavoratori hanno lavorato ben oltre l’orario di lavoro per consentire all’azienda di andare avanti? Non possiamo abituarci all’idea di raccontare l’Italia come un insieme di “sfighe”. Non possiamo continuare a parlare solo delle cose che vanno male, che in Italia sono andati via i migliori, i ‘cervelli’, come se quelli che sono rimasti non valgono niente. Certo il “premier smanettone” è poco elegante …: pensa che governare è usare tweet. Ci sono molti argomenti per criticare il governo, ma il punto più sterile è che quella roba, Twitter, i social {… che ?}, non è il contrario della politica seria Passa il messaggio che sei un malato di mente che vuole utilizzare quegli strumenti, l’idea che la politica seria sia altro”.

“Se falliamo siamo dei caproni”: Appunto!

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